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Quella volta che Aldo Rossi...

Mar 2007
Vanni Pasca
Quella volta che Aldo Rossi...

1980, Salone del Mobile di Milano: nello stand Molteni c’è un oggetto singolare, una sorta di cabina da mare, che si chiama appunto Cabina dell’Elba e viene definito un armadio. Lo ha disegnato Aldo Rossi, forse all’epoca l’architetto italiano pi  noto internazionalmente e più discusso in Italia, e lo ha desunto da suoi precedenti disegni (si veda il disegno Cabine dell’Elba del 1973). Si noti che l’anno prima Vico Magistretti ha vinto il Compasso d’oro con la lampada Atollo, costruita su forme geometriche semplici, un cilindro, un cono, una sfera, subito acquistata dal Moma di New York e divenuta l’ultima (forse) icona del design italiano di matrice razionalista; mentre, d’altro canto, Memphis e Alchimia vanno presentando i loro oggetti colorati, aggressivi e sghembi, neofuturisti o postradical, che dir si voglia.

L’oggetto di Rossi sembra definire la possibilità di un percorso altro. Un percorso in cui negli oggetti, diversamente dall’astrazione razionalista o dagli assemblage neofuturisti, si possa rileggere la storia delle forme e delle tipologie, tornino a manifestarsi memorie autobiografiche, si tenda a ristabilire un rapporto tra tradizione e futuro. E la cabina, piccola architettura domestica, se certo venata di memorie autobiografiche, ripresenta d’altro canto, anche nei colori tenui, ricordi della pittura degli anni trenta, del rappel è l’ordre, delle spiagge assorte di Carrà, ad esempio. Dopo di allora Rossi, sull’arco di una quindicina d’anni, disegna una serie di mobili per Molteni.

Dopo di allora Rossi, sull’arco di una quindicina d’anni, disegna una serie di mobili per Molteni&C. Tra l’altro, una poltroncina di neoclassica eleganza, chiamata Teatro, anche per i riferimenti al Carlo Felice che all’epoca Ignazio Gardella e Aldo Rossi avevano progettato per Genova. Una sediolina, Milano, semplice e quasi volutamente elementare, ma esattamente proporzionata, da cucina di villa borghese pi  che di casa contadina.

“Viviamo in curiose società,
che da un lato sono ossessionate dalla loro memoria,
ma che dall’altro sono ampiamente
divenute ignoranti della loro storia”

Jacques Revel

Un mobile alto, con ribaltina e saracinesca, Carteggio, una presenza nell’ambiente, un personaggio, un’allusione a riti ormai scomparsi come quello di scrivere lettere e conservarle in appositi cassettini, che ottiene grande successo.

E una grande libreria a moduli quadrati, Piroscafo, dove il rigore geometrico si tempera nell’eleganza degli spessori e delle modanature. è un’idea precisa della casa e dell’abitare che Rossi propone. Per dirla con le sue parole: “La casa, che rappresenta il modo concreto di vivere di un popolo, la manifestazione puntuale di una cultura, si modifica molto lentamente.” E con Rossi la casa torna a diventare luogo di mobili simili ad architetture, che presumibilmente contengono al loro interno oggetti (ad esempio caffettiere) simili ad architetture.

Vi è qui l’idea di un progetto della casa dove storia e memoria, presente e tradizione si collegano in una catena ininterrotta, fuori dalle rotture operate dalle avanguardie del secolo. Certo, non c’è illusione di poter fermare il futuro, e da ci  la venatura di melanconia che spesso affiora; ma c’è la precisa volontà di riaffermare una cultura dell’abitare ben radicata nella cultura italiana.
Quest’idea di casa diventa ben presto il filo conduttore di una serie di proposte abitative, di “case Molteni”, e quindi della stessa identità dell’azienda.

E a ciò fortemente concorre l’assonanza con Rossi di un altro designer, Luca Meda, autore di innumerevoli progetti fondamentali per la costruzione dell’immagine aziendale e per i suoi successi sui mercati italiani e stranieri. Tanto da poter dire che, almeno fino alla seconda met  degli anni ’90, la Molteni si identifica in questa proposta di cultura dell’abitare. Fin quando, al seguito di noti eventi, e in profondo progressivo cambiamento degli scenari in Italia e all’estero, subentra una nuova fase, in cui Molteni si va caratterizzando per i nuovi nomi di grandi architetti, come Jean Nouvel e Norman Foster, e di una serie di nuovi designer, da Patricia Urquiola a Hannes Wettstein, tra gli altri.

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